La crisi delle economie reali - Alessandro Giovannini

La crisi delle economie reali

La crisi delle economie reali

La società dei consumi e la produzione massificata furono – e in parte sono ancora oggi – le manifestazioni più visibili dell’utilitarismo egoistico.

Sul piano sociale, tuttavia, apportarono anche molti effetti positivi poiché si reggevano su meccanismi di condivisione della crescita capaci di fornire alla collettività un’identità sufficientemente stabile. C’è chi ritiene che anche gli effetti positivi fossero tali solo all’apparenza: in realtà erano ingannevoli perché usavano l’uomo per asservirlo al sistema e non viceversa. È certo però che milioni di persone fruirono in maniera consistente di una porzione di quegli effetti, migliorando le condizioni di vita come mai prima nella storia.

La società dei consumi: tra produzione e redistribuzione della ricchezza

Nonostante la pur rilevante distorsione sul ruolo dell’individuo, il circuito economico della società dei consumi prevedeva forme di redistribuzione delle risorse molto significative e capillari. In tal senso, la remunerazione della produzione, ad iniziare dal lavoro salariato, era un modo di condivisione della ricchezza frutto degli investimenti del capitale, della produzione e del lavoro. Non si nasconde che fosse un sistema imperfetto e spesso ingiusto, ma era un sistema pur sempre strutturato sulla “necessità” di condividere le ricchezze prodotte.

Il ruolo della domanda e dell’offerta nel sistema della società dei consumi

Una caratteristica ulteriore della società dei consumi era la spinta della domanda sull’offerta e viceversa, in una sorta di supposto moto perpetuo. Al rafforzamento della massificazione si affiancava lo sviluppo di un sentimento identitario diffuso legato al generale miglioramento di vita, all’alfabetizzazione e alla diffusione della lingua, all’ascesa nella scala sociale e al progresso. Ciò che in una parola si definisce “crescita”.

«L’alta marea solleva tutte le barche», si riassumeva in uno slogan. L’espansione, la liberalizzazione dei mercati e la globalizzazione avrebbero portato un aumento di ricchezza per tutte le classi sociali.

Per molti decenni del XX° secolo il senso di appartenenza riuscì a coagularsi intorno a questi elementi. Perché? Mi sembra di poter dire con Salvatore Veca che questa identificazione collettiva si spiega con la percezione dei singoli di essere «socii cooperanti alla costruzione di mondi sociali condivisi». Questo fu probabilmente il motivo per il quale l’individualismo e l’utilitarismo dell’economia consumistica non riuscirono a rovesciare – o almeno a rovesciare completamente – il sentimento identitario e a sostituirlo col senso dell’esclusione e dello scarto.

Il cortocircuito della società dei consumi: le nuove tecnologie e l’economia finanziaria

Oggi quel circuito non funziona più in maniera adeguata, almeno da noi. Intanto, si è trasformato in un colabrodo per l’intervento massiccio delle tecnologie di nuova generazione. Le nuove tecnologie hanno fortemente ridimensionato la componente partecipativa, fisica, psichica e sentimentale del lavoro umano, molto di più di quanto non sia accaduto nelle precedenti tre rivoluzioni industriali. Poi, la contrazione dell’economia industriale nei paesi “occidentali” ha drasticamente ridotto la redistribuzione della ricchezza, ad iniziare dal lavoro.

Infine, il circuito dell’economia produttiva è stato parzialmente sostituito da un nuovo e mastodontico sistema di generazione di ricchezza. È l’economia finanziaria, massima incarnazione della massimizzazione del profitto personale e della concentrazione delle ricchezze.

In questo nuovo paradigma la ricchezza non partecipa più al “gocciolamento” verso il basso a favore di molti come faceva quella industriale, ma è destinata a sommarsi alla ricchezza originaria.

La trasformazione del ruolo del denaro nella società dei consumi: l’economia finanziaria

A questo punto, è necessario un cenno sulla trasformazione del ruolo del denaro. Per centinaia di anni il denaro è stato centro e anello di congiunzione delle economie e degli Stati. Attualmente invece non è più solo misura di conto e di valore o come strumento di scambio, né come bene d’investimento e neanche come bene di conversione. Il denaro è esso stesso merce, un prodotto “commerciale”.

Il denaro ha assunto natura e significato completamente nuovi: una conseguenza, probabilmente, di una degenerazione del capitalismo finanziario che ha trasformato quello che era lo strumento dell’economia nel suo scopo finale e unico. A questo tipo di economia è strutturalmente estranea la distribuzione della ricchezza. Se esiste parte di quello “sgocciolamento” è solo in virtù della coesistenza dell’economia reale, che produce ricchezza e almeno parzialmente e imperfettamente la redistribuisce.

Il denaro speculativo è accumulato nelle stesse mani di chi lo produce e casomai reinvestito in ulteriore denaro. Pochissima di questa ricchezza finisce in investimenti produttivi nell’economia reale.

I derivati: strumenti finanziari fini a sé stessi.

Chi opera in questo contesto ha come fine unico quello di arricchirsi senza concedere nulla in cambio. La sua è un’attività di pura speculazione e accumulo, non è commutativa come parzialmente lo è quella dell’economia di scambio.

La “puntata” più pericolosa, con margine di rischio elevatissimo sia per i singoli giocatori privati sia per gli Stati, è quella sui titoli “derivati”. Si chiamano così perché non hanno un valore intrinseco, ma lo derivano da altri titoli, compresi altri derivati, da indici di borsa, dal valore del petrolio e così via. I titoli derivati sono stati ribattezzati tossici o spazzatura – anche se non tutti lo sono – perché creano bolle speculative gigantesche destinate prima o poi ad esplodere.

Un solo dato per rendersi conto di cosa si parla: il valore nominale dei derivati in circolazione è pari a 800 mila miliardi di dollari, corrispondente a dieci volte il PIL mondiale. Al contrario, secondo la Bank for International Settlements la c.d. posizione lorda di mercato, ovvero il costo a prezzi di mercato di tutti i contratti in essere, ammonta a circa 15 mila miliardi.

I mercanti della finanza, oltre ad arricchirsi con gli ordinari e leciti metodi della speculazione, talvolta lanciano veri e propri attacchi alle economie dei singoli paesi. Si tratta però, quasi sempre, di attacchi difensivi.

Le “monarchie finanziarie” e la crisi della società dei consumi

Oggi le guerre si fanno in tanti modi e le armi convenzionali non sono più le sole a essere utilizzate. Spesso sono sostituite dal silenzio dei numeri, i quali però hanno la medesima forza di schiacciare i popoli. È una tattica nuova, propria della finanza internazionale riconducibile ad un gruppo di potentati senza Stato, che non viene normalmente utilizzata per sferrare una guerra offensiva ma, almeno inizialmente, difensiva.

L’obiettivo principale di queste particolari “monarchie” è proteggere gli investimenti compiuti in quello Stato, non far cadere i Governi di un colore o di un altro. Questo perché, ad un certo punto, reputano che quegli investimenti possano essere in pericolo per l’avvicinarsi di piani in grado di incidere sulla tenuta dell’economia privata o sulla stabilità dei conti pubblici, per l’andamento del debito, per la politica industriale o fiscale del Paese nel quale hanno investito denaro.

Certo, quelle “monarchie” sanno anche approfittare della debolezza contingente per lucrare ulteriormente, magari con la lievitazione degli interessi dei titoli di Stato e con il tracollo dei valori borsistici, ma questo esito è solo successivo. Una sorta di bottino di guerra. E siccome economie piccole, come quelle dei Paesi europei singolarmente considerati, non hanno sufficienti strumenti per resistere e rovesciare gli esiti dell’attacco, ecco che il bottino di guerra può farsi anche molto consistente. Ma è la conseguenza, per quanto moralmente criticabile o addirittura esecrabile, non il motivo iniziale dell’attacco.

Nel contesto descritto, è inevitabile che si allarghi la distanza tra le economie domestiche.

Trova amara realizzazione, in questo modo, la teoria di Robert K. Merton. Nel suo Matthew effect, pubblicato su Science nel 1968, lo studioso statunitense scrisse che nella prospettiva dell’accumulo i poveri sarebbero stati sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, proprio come indica San Matteo: «a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha» (Mt. 13, 12).

Merton cercò di dimostrare come gli effetti dell’accumulazione determinati da vantaggi iniziali di alcune persone o di alcuni stati avrebbero, nel lungo periodo, degenerato e avrebbero prodotto conseguenze distruttive, poiché il divario tra i “giocatori” sarebbe cresciuto a tal punto da determinare conseguenze simili ad una palla di neve fatta rotolare su una superficie scoscesa.

È arduo adesso smentire Merton. La sua teoria si può considerare una pietra miliare, quasi profetica di quello che si sarebbe realizzato 40 anni dopo nell’economia mondiale, come profetica si deve considerare la teoria di John Mainard Keynes che nel 1936 teorizzò un’imposta sulle transazioni al fine di ridurre o almeno contenere la speculazione borsistica sui capitali e tassare più pesantemente gli operatori professionalmente dediti al gioco speculativo.

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