Ripensare la dea giustizia - Alessandro Giovannini

Ripensare la dea giustizia

Ripensare la dea giustizia

          Il Parlamento non può più rimanere inerte. Deve intervenire per ricucire lo strappo tra cittadini e magistratura, riportare i poteri di questa entro confini definiti e possibilmente invalicabili, ridisegnare la collocazione funzionale degli uffici della pubblica accusa e l’esercito dell’azione penale.

La dea giustizia

Nelle Metamorfosi, Ovidio racconta che Astrea, dea greca della giustizia, «lasciò la terra madida di sangue» e si rifugiò tra le stelle perché offesa dalle malefatte dell’uomo. E lo stesso fece Iustitia, dea romana, anch’essa guida terrena della giustizia dello Stato.

L’eversione travestita da giustizia

Se Astrea e Iustitia fossero di nuovo in mezzo a noi e seguissero le vicende italiane di queste settimane, è probabile che ripeterebbero la scelta di lasciare la terra. Potrebbe sembrare loro di trovarsi di fronte a comportamenti politicamente eversivi, come tali ripugnanti allo sguardo divino, tenuti proprio da chi dovrebbe garantire la corretta applicazione della legge e perseguire la giustizia con rettitudine d’animo e d’intelletto.

Niente a che fare, beninteso, con l’eversione prevista dal codice penale. Piuttosto, parrebbe loro di essere davanti a fatti capaci di modificare il democratico scorrimento delle vicende della nazione e incrinare il patto fiduciario tra cittadini e istituzioni. E dunque a fatti inaccettabili sul piano politico, contrari alle regole fondamentali del buon governo.

I buchi neri e le garanzie costituzionali 

Cosa si potrebbe fare, allora, per dissuadere Astrea e Iustitia dal proposito di abbandonare nuovamente la terra? Vi è una prospettiva soltanto che le potrebbe convincere a rimanere: la determinazione del Parlamento a colmare i molti buchi neri che costellano il mondo della giustizia.

Quali buchi? Se si analizzano con onestà intellettuale i fatti accaduti negli ultimi trent’anni si deve riconoscere che molti di essi derivano dalle lacerazioni subite dalle principali garanzie costituzionali. Le hanno patite non solo quelle poste a tutela delle indagini e dell’innocenza dell’indagato, ma anche quelle dettate a protezione dei poteri diversi dal giudiziario.
Chiunque abbia buona memoria deve riconoscere che in più occasioni l’azione della magistratura requirente ha finito per invadere le competenze di altre istituzioni, per condizionare il loro funzionamento, influenzare la vita di alcuni governi e gli esiti di alcune elezioni nazionali. Magari sono state, tutte queste, conseguenze involontarie, non perseguite scientemente, ma nei fatti e sul piano storico è difficile smentire che le cose siano andate diversamente. 

Una “casta chiusa e intangibile”

In questo modo la magistratura nel suo complesso ha finito per mostrarsi agli occhi di molti come una «casta chiusa e intangibile», «separata e irresponsabile», un «mandarinato», per questo «sottratto al controllo dell’organo di rappresentanza popolare», come in Assemblea costituente alcuni suoi componenti definirono il nascente corpo giudiziario (lo definirono in questi termini, rispettivamente, Luigi Preti, Francesco Dominedò, Giovanni Persico e Giuseppe Cappi). 

Le riforme indispensabili

Il Parlamento non può più rimanere inerte. Deve intervenire per ricucire lo strappo tra cittadini e magistratura, riportare i poteri di questa entro confini definiti e possibilmente invalicabili, ridisegnare la collocazione funzionale degli uffici della pubblica accusa e l’esercito dell’azione penale.

Per individuare soluzioni convenienti può essere utile far memoria del dibattito che si svolse in Assemblea costituente. Lì si fronteggiarono due giganti del sapere giuridico, Piero Calamandrei e Giovanni Leone, poi eletto VI Presidente della Repubblica. Alla fine prevalsero le posizioni di Calamandrei, parzialmente anticipate dalla c.d. legge Togliatti del 1946, legge che porta il nome dell’allora ministro degli interni e segretario del partito comunista.

La magistratura giudicante e gli uffici della pubblica accusa

Per chi, come me, crede fermamente nella democrazia sostanziale, ossia nella derivazione dal popolo, diretta o indiretta, di tutti i poteri dello stato e di tutte le sue istituzioni, e diffida degli organi autocefali e privi di controllo, non può che auspicare l’abbandono della visione togliattiana del potere giudiziario, unico e unito sui due versanti nei quali esso si dispiega, quello del giudizio e quello dell’accusa. E auspicare, come propose Leone, la riconduzione dell’ufficio del pubblico ministero all’esecutivo e la determinazione delle condizioni per l’esercizio dell’azione penale al potere legislativo. Collegamenti, questi, da bilanciare con alcuni contrappesi a garanzia del funzionario della pubblica accusa e del suo operato.

Un sistema di questo genere, del resto, è in vigore in numerosi stati a democrazia avanzata: dagli Stati Uniti d’America al Canada, dall’Australia all’Inghilterra, dalla Germania alla Francia, alla Svizzera.

Il CSM e gli accessi alle funzioni

La riforma del Consiglio superiore, in uno scenario di questo genere, sarebbe conseguente, come conseguente sarebbe la riforma dei procedimenti concorsuali di accesso alla magistratura e all’ufficio della pubblica accusa. La proposta di legge costituzionale d’iniziativa popolare avanzata dalle Camere penali e ripresa da Forza Italia, prevedendo lo sdoppiamento del Consiglio in Consiglio della magistratura giudicante e Consiglio della magistratura requirente, e prevedendo un doppio canale di accesso alle funzioni, può costituire una valida piattaforma di discussione per arrivare rapidamente ad una sintesi costruttiva di riforma.

Astrea e Iustitia 

Sarebbe bello se Astrea e Iustitia, poste di fronte a simili riforme, decidessero di continuare ad abitare sulla terra. Sarebbe come tornare all’età dell’oro, la più feconda di tutti i tempi che le nazioni abbiano mai vissuto.

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