Referendum costituzionale: l’idea monstrum sulla democrazia e il taglio dei parlamentari (prima puntata) - Alessandro Giovannini

Referendum costituzionale: l’idea monstrum sulla democrazia e il taglio dei parlamentari (prima puntata)

Referendum costituzionale: l’idea monstrum sulla democrazia  e il taglio dei parlamentari  (prima puntata)

Espongo – a “puntate” – alcune riflessioni sulla riforma costituzionale relativa al numero dei parlamentari, iniziando dall’idea politico-culturale che la anima. 

Non è peraltro mia intenzione mantenere un relativismo ideologico generalizzato su un tema a tal punto centrale da interessare direttamente la vita democratica del paese. Anticipo che prenderò  posizione a favore del NO, ma cercherò di farlo, nei limiti del possibile, esponendo le ragioni che mi portano convintamente a sostenere questa posizione.

Mi auguro di riuscire a sollecitare un pacato dibattito. 

L’idea distorta del superamento del Parlamentarismo

Il Parlamento è inutile: «le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune scompariranno. La democrazia rappresentativa, per delega, perderà significato, la rete è il futuro». Parola di Gianroberto e Davide Casaleggio. Idee, queste, tralaticiamente riprese, in un modo o in un altro, da Beppe Grillo e da altri esponenti di spicco del Movimento 5 Stelle.

Questa è la radice culturale del recente taglio del numero dei parlamentari, sul quale, taglio, saremo chiamati ad esprimerci col referendum confermativo il prossimo 20 settembre.

La posizione politica 

Seguiamo la radice. Gianroberto Casaleggio, in un’intervista del 2013 al Corriere della Sera, aprì formalmente la strada alla disfatta della democrazia rappresentativa, auspicando la castrazione delle funzioni parlamentari a favore della “rete” e della democrazia diretta (Corriere). La “rete” non solo impone la regola dell’“uno vale uno”, perciò chiunque può svolgere la funzione di parlamentare perché mero «portavoce», ma rende lo stesso Parlamento un’assemblea sostanzialmente inutile. Questo il succo del suo ragionamento.

Davide Casaleggio, nel 2018, è tornato sul tema in un’intervista a La Verità (Il blog). Casaleggio junior si è fatto profeta dell’abolizione totale del Parlamento come organo costituzionale. Esso non solo è inutile, ma è perfino dannoso perché d’intralcio alle decisioni del popolo.

Il brodo ideologico nel quale galleggia la riforma costituzionale è questo; e questo è il brodo nel quale sono affogati, pur con intenti sostanzialmente diversi, i partiti che si sono accodati alla parata populista.

L’errore di questi ultimi è doppio ed è ancora più grave, se possibile, di quello del Movimento: illudendosi di poter beneficiare anch’essi degli applausi del pubblico festante al passaggio delle majorette, non hanno saputo vedere oltre la parata, dando così la stura a un filone ulteriore di propaganda capace di far tremare vene e polsi per povertà culturale. E poi, accovacciandosi nel politicamente corretto, hanno tradito le loro origini che nella rappresentatività diffusa o nel liberalismo trovavano il terreno più fertile.

Si dirà: riduzione dei parlamentari non è chiusura del Parlamento 

Si dirà: la riforma non chiude le Camere, si limita a ridurne i componenti. È vero, la legge riduce, non elimina. Ma se non intendiamo prenderci in giro, è lampante che la riduzione ha l’obiettivo finale di comprimere forzatamente la democrazia rappresentativa: la riduzione del numero dei seggi è solo l’avvio di un processo articolato nel medio periodo. Il brodo ideologico del populismo vuole arrivare lì. 

          Il brodo ideologico del populismo vuole arrivare a comprimere la democrazia rappresentativa. È la storia che lo insegna. E se è accaduto, può riaccadere. 

I populismi e la democrazia diretta 

Le culture populiste hanno tutte il medesimo obiettivo: porre fuori gioco, in un modo o in un altro, prima o poi, il Parlamento, ridurlo “a un bivacco di manipoli”. Non hanno urgenza di chiuderlo: “potevo sprangare il Parlamento. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto» (Benito Mussolini, discorso alla Camera dei deputati del 16 novembre 1922). Da lì a poco, come si ricorderà, arrivarono le leggi “fasciatissime” e poi, alla fine, il Parlamento fu davvero chiuso, anche formalmente! 

Ripeto: tutti i populismi, di destra e di sinistra, rivoluzionari o pseudo democratici, nati nel nord o nel sud del mondo, a est o ad ovest, sono arrivati a sterilizzare, di riffa o di raffa, la rappresentanza parlamentare e le funzioni del Parlamento (la “rete” come strumento e organo sostitutivo del Parlamento è un bluff, ma su questo torneremo nella prossima “puntata”).

Se è già accaduto …

Se nella storia è già accaduto, può accadere di nuovo, ripeterebbe profeticamente Primo Levi. Certo, in forme e modi diversi, anche profondamente diversi, specie nelle modalità, ma potrebbe senz’altro accadere di nuovo. 

L’amputazione anche minima delle regole costituzionali per come scritte all’origine, se animata da intenti simili a quelli ricordati, apre sempre squarci bui sul futuro. Crea un precedente molto pericoloso

L’amputazione anche minima delle regole costituzionali per come scritte all’origine, se animata da intenti simili a quelli ricordati, apre sempre squarci bui sul futuro. Crea un precedente molto pericoloso dal punto di vista culturale e politico: culturale, perché accredita e fortifica chi continua a mestare nel brodo gelatinoso del populismo e dell’artefazione delle regole democratiche; politico, perché finisce per legittimare ulteriori, future amputazioni, magari ancora più profonde delle precedenti, della sovranità popolare.

Fermiamoci qui, per ora.

 

 

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