Referendum costituzionale: il populismo e la rete (seconda puntata) - Alessandro Giovannini

Referendum costituzionale: il populismo e la rete (seconda puntata)

Referendum costituzionale: il populismo e la rete (seconda puntata)

             Quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni”

Umberto Terracini – Presidente dell’Assemblea Costituente – 18 settembre 1946

Il populismo e la rete

Nella precedente “puntata” (Clicca qui) dedicata al referendum costituzionale si è detto che la radice politico-culturale del taglio dei parlamentari va ricercata nel brodo gelatinoso del populismo e che, in questo brodo, la “rete” è vista come sale della “nuova” democrazia, una sorta di democrazia 2.0.

Chi la pensa così sostiene che nel volgere di qualche anno il “nuovo mondo” prenderà definitivamente forma e il Parlamento, di conseguenza, sarà inutile, anzi dannoso per la diretta e genuina realizzazione della volontà popolare. Per avviare questo percorso è sufficiente, per ora, ridurre i suoi componenti e limitare la rappresentatività del corpo elettorale.

I meriti dei “neomondisti“

L’impostazione dei “neomondisti” ha alcuni meriti. Anzitutto legge i segni dei tempi e prova a dare ad essi veste politica. E poi mette in evidenza la crisi della democrazia rappresentativa per come l’abbiamo finora conosciuta, cavalcando con lucidità le debolezze del funzionamento del Parlamento e costringendo partiti e opinione pubblica ad interrogarsi sui nuovi limiti e sulle nuove forme di esercizio della sovranità popolare.

L’inganno concettuale del populismo

Per il resto, quell’impostazione è ingannevole, come sono ingannevoli le soluzioni che porta con sé. Per prima cosa non è vero che il Parlamento sia inesorabilmente destinato alla disgregazione e debba essere sostituito dalla “rete” perché “così va il mondo”. Ed è ugualmente falso che la democrazia rappresentativa sia ormai un feticcio da gettare alle ortiche e da sostituire con il modello della democrazia diretta. 

Perché tutto questo è falso e ingannevole? Per almeno due motivi. Il primo è storico. La democrazia diretta non ha mai attecchito in nessun paese del mondo e in nessuna epoca poiché  impossibile da gestire e da gestire in maniera davvero democratica. Non sembri un paradosso: tutti gli esperimenti che hanno preso le mosse da modelli simili sono sfociati, alla fine, in sistemi dittatoriali od oligarchici oppure, come oggi si usa dire con linguaggio canzonatorio, in democrazie dittatoriali o dittatura delle maggioranze.

L’onda della democrazia rappresentativa

Il parlamentarismo, con la cinghia di trasmissione dei partiti, è il risultato più ragionevole o meno irragionevole consegnatoci dalla storia, in grado di conciliare le istanze dei singoli con le esigenze di tutti, ossia degli Stati intesi come corpi collettivi, come comunità organizzate in seno alle quali anche le minoranze possono concorrere alle decisioni.  

Il parlamentarismo è un sistema perfetto? Non lo è, la risposta è perfino banale. È solo il sistema meno imperfetto che la storia, dopo aver scartato altri metodi di governo, compreso quello diretto del popolo, ci ha consegnato. 

È probabilmente la testimonianza del punto più avanzato, più alto, cui l’onda della democrazia è giunta.

La “rete” e gli scopi non detti

L’altro motivo attiene alla funzione della “rete”. Si è detto che con le nuove tecnologie si tenta di modificare o sostituire il modello di democrazia rappresentativa. La “rete”, in questo “nuovo mondo”, non è più solo “luogo” di manifestazione di opinioni, ma anche cabina elettorale virtuale: nella rete non si esercita solo il diritto di pensiero, ma pure una specie di diritto di voto pseudo elettorale. 

Siccome questo è il messaggio che, con fare martellante, è sparso ai quattro venti, gli esiti della partecipazione sono considerati, da chi vota, alla stregua di decisioni vere e proprie, vincolanti per le istituzioni. Si instilla così la convinzione, non solo che è irrilevante chi siede in Senato piuttosto che alla Camera, o il sistema di nomina dei senatori e dei deputati (“uno vale uno”), ma anche che sono irrilevanti e d’intralcio le stesse istituzioni, le loro regole, i loro pesi e contrappesi, che in democrazia, invece, sono il “sale” della dinamica dei poteri.

Il più grande bluff della contemporaneità

Una narrazione simile, lo dico senza inutili giochi di parole, è il nuovo oppio dei popoli, uno dei più grandi bluff della contemporaneità. 

Parlo di “oppio dei popoli” non per disconoscere alla “rete” funzione terapeutica, di sfiatatoio di pensieri e rabbia. Parlo di “oppio” per mettere in risalto l’effetto d’intontimento creato da quello strumento, spacciato come sostitutivo, appunto, sia del Parlamento quale organo, sia del parlamentarismo quale sistema di governo. 

Alla fine, esso determina un’epica orgia di stordimento mentale. Per questo è “oppio”. 

La compressione della rappresentanza parlamentare 

Il nocciolo del discorso, allora, diventa questo. La razionalità tecnologica e la logica del dominio che essa porta con sé, per riprendere le efficaci espressioni di Herbert Marcuse, aprono scenari inesplorati non solo dal punto di vista delle forme di comunicazione, ma anche della formazione o manipolazione delle volontà individuali e collettive. È possibile che il vero scopo dell’uso di quell’”oppio” sia di modificare, proprio, la forma della nostra democrazia, che il bluff, cioè, contenga in sé un disegno più complesso, ma subdolamente taciuto: concentrare il potere nelle mani di pochi, pochissimi neo leader. 

Parte di questo disegno è quello di sterilizzare, pian piano, le funzioni parlamentari, iniziando dalla riduzione dei suoi componenti. 

Rimangono profetiche le parole di Umberto Terracini, Presidente dell’Assemblea costituente, che pronunciò il 18 settembre 1946 durante la discussione sulla rappresentanza parlamentare: “quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni” (clicca qui).

Alla prossima “puntata”. 

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