Matteo Renzi come Joker? - Alessandro Giovannini

Matteo Renzi come Joker?

Matteo Renzi come Joker?

Crisi di governo: Joker ha ragione

Matteo Renzi, oggi, è il Joker della politica italiana? Forse sì, e non sembri irriguardoso l’accostamento dell’ex presidente del consiglio al personaggio uscito dalla matita di Bon Kane e riprodotto magistralmente da Todd Phillips nell’omonimo film.
Un Joker incruento, è ovvio, ma ugualmente capace di scombussolare gli schemi e mettere in discussione lo status quo del cattivo governo, un Joker creativo, in grado di elevarsi ad attore principale della crisi.

Le carte e le richieste di Matteo Renzi

Come in Joker, anche in Renzi convivono opacità e contraddizioni, fra le quali quella di essere stato il principale ostetrico del governo giallo-rosso e di essere, ora, il suo più agguerrito antagonista. Ciò nonostante, si deve riconoscere che il documento “CIAO 2030”, consegnato a Palazzo Chigi per imbastire la discussione di queste ore, coglie nel segno su molti aspetti.
Non si può dubitare, ad esempio, sulla correttezza della richiesta di dare corpo e anima al Recovery plan con l’indicazione di nuovi investimenti in infrastrutture, opere viarie, case, scuole, oppure sulla correttezza delle richieste di attivare immediatamente il MES sanitario, di rivedere il piano vaccinale, di investire massicciamente in ricerca e innovazione, di decentrate il controllo sui servizi segreti.

Giuseppe Conte, chi?

Cose da mettere in ordine, però, ce ne sono altre, ad iniziare dall’anomalia istituzionale che accompagna la figura del presidente del consiglio.

È un aspetto centrale, forse il più importante di tutti in termini politici e dal quale discendono molte delle questioni irrisolte dal Governo in carica. È soprattutto su questo, allora, che si gioca la credibilità dell’azione renziana. 

Giuseppe Conte è apparso sulla scena pubblica dal nulla. Non aveva una sua formazione, non era iscritto ad un partito e non aveva raccolto neppure un voto alle elezioni del 4 marzo 2018.

È nato per le “stravaganze” del Movimento 5 Stelle e per le incongruenze della legge elettorale, che ha consegnato al paese maggioranze a formazione variabile.
Proprio per questi motivi, allora, la sua avrebbe dovuto essere vissuta come una chiamata di scopo: fare uscire il paese dallo stallo nel quale era precipitato dopo il voto e agevolare, con fare servente, la formazione di un governo.

Esaurito questo compito, però, esso stesso si sarebbe dovuto fare da parte, così da lasciare spazio al fluire delle ordinarie regole democratiche. 

Detto diversamente, un presidente senza radici politiche è un’anomalia, uno strappo al sistema, accettabile e digerito dal sistema stesso solo se limitato nel tempo e nell’azione.

Così fu, infatti e correttamente, seppure in contesti diversi dall’attuale, per Giuliano Amato nel 1992, per Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, per Lamberto Dini, nel 1995, e per Mario Monti, nel 2011. 

Legittimazione formale e legittimazione sostanziale 

In un sistema costituzionale come il nostro, nel quale è il presidente del consiglio a dover “dirigere la politica generale del Governo” quale primus inter pares, a dover mantenere “l’unità di indirizzo politico ed amministrativo” e “promuovere e coordinare l’attività dei ministri”, l’investitura elettorale, anche se non direttamente funzionale alla carica di capo del governo, è presupposto essenziale per il buon funzionamento dell’ingranaggio governativo.
È su una simile investitura, infatti, che si regge l’autorità sostanziale del presidente ed è da essa che discende la sua autorevolezza, tanto più efficace e stabile quanto più vicina alla volontà degli elettori.

Se quell’investitura non c’è, il giuramento nelle mani del Capo dello stato e la fiducia raccolta o strappata alle Camere, pur formalmente legittimanti la carica, non sono in grado di colmare il vuoto sostanziale che li precede. 

Una legittimazione che sia totalmente staccata dal corpo elettorale,insomma,è parziale e alla lunga infeconda e paralizzante, perché si pone fuori dal circuito della realtà, sulla quale invece si radica la democrazia rappresentativa.
E allora, proprio perché parziale, infeconda e paralizzante, ad un certo punto il sistema politico non può che espungerla per non imploderenell’immobilismo e per non fare implodere con sé il paese. 

L’immobilismo e la sorda deflagrazione

Non sembri un paradosso: l’immobilismo è una sorda deflagrazione, la più sorda. Proprioquella che Joker dovrebbe adesso sventare, così da riportare le lancette della storia almeno ai giorni precedenti lo scoppio della pandemia.

 

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