Il Piano Nazionale di Riforma: un profluvio di parole - Alessandro Giovannini

Il Piano Nazionale di Riforma: un profluvio di parole

Il Piano Nazionale di Riforma: un profluvio di parole

          Si può definire adeguato un piano di rilancio fatto di ovvietà, di proposte prive di gambe e sostanza concreta, come quello di cui si sta parlando? È credibile una classe dirigente che pensa di convincere i partners europei a finanziare l’Italia con soldi a fondo perduto senza presentare loro un solo progetto immediatamente spendibilesul versante della ristrutturazione dell’economia, uno straccio di progetto di reale revisione della spesa pubblica, un programma di effettivo ammodernamento dell’apparato statale?

Il Piano Nazionale di Riforma 

È sconfortante leggere il Piano Nazionale di Riforma approvato dal Consiglio dei ministri il 7 luglio scorso, insieme all’approvazione “salvo intese” del decreto semplificazione. Strombazzato ai quattro venti come fosse un nuovo piano Roosevelt, decisivo per fronteggiare la grande depressione economica che attanaglia il Paese, in realtà è un concentrato di “aria fritta”. E’ un insieme di proposte trite e ritrite, ripescate dai mille programmi degli ultimi trent’anni di storia patria, prive di concretezza e reale sostanza. Un profluvio di parole, insomma.

Mi attengo fedelmente alla bozza del piano. Le linee guida dell’azione di governo per i prossimi anni sono tre: modernizzazione del Paese; transizione ecologica; inclusione sociale, territoriale e parità di genere.

La rivoluzione … a parole

Cosa farà il Governo per raggiungere questi risultati, già in sé, com’è lampante, rivoluzionari? Udite udite: rilancerà gli investimenti, concentrandosi sullo sviluppo delle reti di telecomunicazione e di trasporto, sulla green economy, sulla protezione dell’ambiente, sulla digitalizzazione della Pubblica amministrazione e dell’istruzione; sull’aumento delle spese per l’istruzione, la ricerca e lo sviluppo; sulla promozione dell’innovazione, sull’aumento degli investimenti nell’economia reale per il rilancio di importanti filiere e settori produttivi, come il settore sanitario, l’auto e la componentistica, il turismo e lo spettacolo, l’edilizia, la produzione di energia, la siderurgia.

E poi, niente po’ po’ di meno: punterà a rafforzare la competitività dell’economia e a migliorare l’equità, l’inclusione e la sostenibilità ambientale; a rendere l’amministrazione della giustizia più moderna e efficiente; a garantire una maggiore inclusione e più alti livelli di conseguimento educativo.

Rullo di tamburi

Il meglio, però, deve ancora arrivare. Rullo di tamburi: il Governo varerà una riforma tributaria che migliori l’equità e l’efficienza nelle imposte dirette e in quelle indirette; che riduca le aliquote e aumenti la propensione delle imprese a investire, a creare reddito e occupazione; che combatta l’evasione e renda efficace la riscossione dei tributi, puntando su chi ha un patrimonio aggregabile e soldi sul conto corrente, lasciando perdere chi non ha né l’uno, né l’altro.

Ovviamente, tutte queste riforme saranno portate avanti al grido di “onestà, onestà”, senza condoni e scorciatoie varie. Ci mancherebbe altro!

Senza gambe e senza sostanza

Una semplice, banale domanda, nel solco della franchezza intellettuale che si è scelta come metro di ragionamento fin dall’inizio di questo editoriale: nel periodo storico più drammatico degli ultimi settant’anni, si può definire adeguato un piano di rilancio fatto di ovvietà, di proposte prive di gambe e sostanza concreta, come quello di cui si sta parlando?

È credibile una classe dirigente che pensa di convincere i partners europei a finanziare l’Italia con soldi a fondo perduto senza presentare loro un solo progetto immediatamente spendibilesul versante della ristrutturazione dell’economia, uno straccio di progetto di reale revisione della spesa pubblica, un programma di effettivo ammodernamento dell’apparato statale?

Le cancellerie internazionali, i mercati finanziari, gli imprenditori esteri, possono davvero considerare all’altezza dell’attuale tornante storico una classe dirigente che scrive un programma come fosse un manifesto elettorale o meglio un libro dei sogni, composto della stessa loro sostanza, ossia di onirici pensieri?

Di santa vergogna

Il mio Maestro, Franco Batistoni Ferrara, grande studioso, già magistrato e poi ordinario nell’Università di Pisa, insignito dell’Ordine del Cherubino, mi ha tra l’altro insegnato una cosa semplice, ma di grande saggezza, che ripropongo affinché ne possano far tesoro, se ritengono, pure i politici, gli scrivani e i copisti dei palazzi romani. Vedi, mi diceva, anche le pagine di un quaderno o di un libro possono avvampare di vergogna, possono arrossire proprio come le guance di un cristiano avvampano di santa vergogna. E sai quando questo accade? Quando l’inchiostro che vi cade sopra è intriso di sfrontatezza canzonatoria verso chi poserà la mente su quelle pagine.

Ciambellani, reggete lo strascico! Ordinò il re scopertosi ormai nudo. E loro ubbidirono, “reggendo lo strascico che non c’era per niente”, perché il re era nudo.Piano

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