Il Paese prigioniero dell’immobilismo politico - Alessandro Giovannini

Il Paese prigioniero dell’immobilismo politico

Il Paese prigioniero dell’immobilismo politico

           La situazione politica rende il paese prigioniero, come un barattolo può rendere prigioniera una mosca. O qualcuno apre il barattolo, o qualcuno rompe il vetro, oppure il paese è condannato a rimanere intrappolato nell’immobilismo della politica e delle istituzioni.

Come la mosca nel barattolo: il paese prigioniero

Cosa fa una mosca in un barattolo? Cerca di uscire, di trovare una via di fuga per tornare a volare all’aria aperta. Ma se il barattolo è chiuso, non ha scampo, può solo sbattere contro il vetro fino a perdere le forze.

Ecco, la situazione politica rende il paese prigioniero, proprio come il barattolo
rende prigioniera la mosca.

O qualcuno apre il barattolo, o qualcuno rompe il vetro, oppure il paese è condannato a rimanere intrappolato nell’immobilismo della politica e delle istituzioni.

Aprite quel barattolo!

Perché è necessario, anzi  urgente aprire il barattolo? La risposta è facile da trovare: di fronte all’esigenza di riforme radicali e concrete, il governo si mostra in grave ritardo e all’evidenza inadeguato.

Affrontare il tornante della storia che si sta srotolando davanti a noi con il fumo del populismo, la schiavitù del debito e la genericità degli slogan, è come legare del piombo ai piedi di un naufrago, vuol dire farlo annegare in quattro e quattr’otto.

Pensare poi di affrontare quel tornante riesumando vischiose politiche stataliste, ispirandosi al “Celeste impero” cinese o pescando nel cupo mare del chavismo, è profondamente sbagliato. Queste ideologie intanto possono trovare applicazione in quanto si sia disposti a rinunciare alle libertà e alle istituzioni rappresentative tipiche di uno stato democratico.

L’immobilismo dei parlamentari e della maggioranza

Ecco perché la mosca vorrebbe uscire: per evitare di stramazzare sul fondo del barattolo. Ad oggi però nessuno svita il suo tappo, né per arrivare a un nuovo governo, né per andare a elezioni anticipate. Non lo fanno i parlamentari perché la stragrande maggioranza di essi sanno che con nuove elezioni non avranno più scranni a disposizione.

Non lo fanno le forze di maggioranza governativa, che a quanto pare non conoscono l’insegnamento dell’Antico Testamento racchiuso nel libro sapienziale di Qoèlet: “vanità delle vanità, tutto è vanità”. Insipienza, folgorazione del potere e, appunto, vanità, ottundono ai loro esponenti il pensiero e li privano della consapevolezza necessaria per ammettere la loro inadeguatezza. 

L’immobilismo dell’opposizione

Ma il barattolo non lo aprono neppure le forze d’opposizione, sia perché in parlamento non hanno i numeri per sfiduciare il governo, sia perché, per superare questo impasse, non riescono ad elaborare un disegno politico alternativo e davvero unitario in grado di allargare le convergenze. 

L’immobilismo del Colle

Va detto che neppure il Quirinale dà una mano ad aprire il barattolo. Nessun dubbio che sul Colle incomba, anzitutto, il dovere di far celebrare il referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari e attendere l’approvazione della nuova legge elettorale, di forza necessaria per andare a nuove elezioni a Costituzione variata. È probabile, però, che il Quirinale sia frenato anche da un timore politico, quello di esporre il paese al rischio dell’ingovernabilità, rischio che si potrebbe presentare qualora si dovesse aprire una crisi al buio.

Questa preoccupazione è senz’altro legittima, ma non è pienamente condivisibile, traducendosi, stringi stringi, in un freno potente al cambiamento edivenendo essa stessa parte del problema.

Ora, se i partiti sono piagati dall’immobilismo e le istituzioni timorose di affrontare il procelloso mare delle trasformazioni, chi potrà svitare il tappo? 

Rompere gli schemi

La risposta si può trovare nella storia. È possibile che lo sviti una forza esterna al parlamento, ai partiti e alle istituzioni, in grado di provocare un evento, per così dire, straordinario eper questocapace di rompere gli schemi.

Si potrebbe trattare di un moto di disagio popolare dovuto alla recessione economica e organizzato in movimento di massa. Sarebbe come se la mosca riuscisse a chiamare a raccolta altri insetti e tutti insieme riuscissero a togliere il tappo oppure, per continuare con questa narrazione figurata, se la mosca si trasformasse in elefante ed essa stessa frantumasse il barattolo.

Oppure si potrebbe trattare di azioni messe in campo dalle cancellerie estere per convincere i partiti e le più alte istituzioni della necessità di cambiare “cavallo, carrozza e re”.

La storia offre molti esempi di interventi extraparlamentari simili a questi, da quelli escogitati dalla finanza internazionale a quelli tramati dalle logge occulte. Ma com’è a tutti evidente, questi sono esempi ripresi dai libri di storia, richiamati per il solo gusto del ricordo, assolutamente irriproducibili ai giorni nostri, si può stare sicuri (!).

La mosca e la libertà 

Intanto, però, la mosca continua a sbattere le ali nel cristallo. E lo farà finché avrà forza e speranza di rivedere la libertà o fino a quando non si trasformerà in elefante. La costrizione e l’agonia, in democrazia, sono un brutto vivere. Questo sì, se ben si riflette, è la vera anomalia.

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